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domenica, 25 gennaio 2009 Ultimamente non ci sono parole per descrivere lo schifo.
Lo schifo impera sovrano, si nutre dell'ipocrisia e si diffonde come un morbo ovunque. Il suo però è un contagio atipico, attecchisce solo laddove vi è la volontà di farlo attecchire. Questo incredibile vantaggio non viene però sfruttato e allora lo schifo va, va, va. Diverse donne sono state violentate in questi giorni. Italiane, straniere... da italiani e stranieri. Come se la nazionalità c'entrasse qualcosa, i giornali insistono nell'informarci su questo dettaglio assolutamente INUTILE. Erano maschi, non c'è altro da aggiungere, tutto il resto è optional. Questo dal mio punto di vista e dal punto di vista delle donne che hanno subìto la violenza. Esiste però un altro punto di vista ed è quello per cui quel dettaglio inutile assume un valore, quasi imprescindibile direi. Nell'eternamente attiva macchina della notizia, la nazionalità di questi uomini abietti fa la differenza tra una foto segnaletica mostrata immediatamente in ogni tg e un volto coperto che si rifugia tra le rassicuranti mura di una villetta. Tra le sbarre di una cella e la casa di papà. Tra una parvenza di giustizia e un secondo stupro, stavolta morale. La donna che viene stuprata subisce uno shock fisico e mentale che spesso e volentieri la porta a tenere la bocca chiusa. Una donna che subisce un furto si fionda dai carabinieri, ma una donna che è stata violata vorrebbe solo scomparire. Se trova la forza di affidarsi alla giustizia inizia un lungo calvario: deve parlare, spiegare, trovare la voce e le parole, violentare la sua mente che si rifiuta di ricordare, rinunciare a quest'autodifesa per costringersi a rivivere i dettagli dello stupro, per poter fornire anche la più piccola traccia alla polizia. E non basta che magari sia stata minacciata o picchiata e porti sul corpo i segni di tutto ciò. No. Deve anche rinunciare a lavarsi, tenersi addosso lo schifo fino a che ogni traccia biologica "utile" sia nelle mani degli investigatori. Fino a che un medico non confermi lo stupro avvenuto. "I medici hanno confermato la violenza". ANSA, televideo, giornali e tg abusano di questa frase, insopportabile. Ebbene questo sforzo titanico non serve, lo stupratore se ne sta nascosto come un ratto, zitto, magari la polizia non potrà arrivare a lui. Lui, che fermato con altri la sera stessa dello stupro si è vantato di aver avuto "un'avventura" quella sera. Ahr, ahr, ahr. Poi cosa succede? Succede che invece la polizia stringe il cerchio, i particolari cominciano a formare un puzzle, il ragazzo non ha più scampo. Sicuramente ne parla in famiglia e i genitori gli procurano un avvocato. L'avvocato lo consiglierà a parlare, ci sono le attenuanti per questo! E lui, ormai non ha scelta, confessa. E' preso! No! E' fuori! Un giudice gli concede i domiciliari, per la sua buona condotta, per la sua collaborazione. Manca solo la stretta di mano e il bacio accademico. Bravo piccino, hai confessato con aria contrita, torna al nido con mamma e papà. Bravo piccino, hai chiesto scusa. Bravo piccino. Certo, ti ci sono volute settimane. Si potrebbe obiettare che un vero pentimento ti avrebbe dovuto portare in caserma il 1° gennaio. Si potrebbe sì. Quindi: OBIEZIONE! Dove cazzo era il tuo pentimento in questi 20 e passa giorni? Ti è andata bene comunque, Davide Franceschini, la macchina dello schifo ha messo sulla tua strada droga e alcool (altre attenuanti?), una famiglia che non ti disereda come meriteresti e un giudice particolarmente sensibile alla tua buona condotta. Sei un ragazzo oltremodo fortunato. Magari ti rifarai anche una vita, dopo aver scontato una pena (forse). Io però sto con la ragazza che hai picchiato e stuprato, non mi faccio contagiare dallo schifo: vorrei dire a quella donna, Eleonora/Gaia che tu hai trattato come uno straccio vecchio, come l'ultimo degli oggetti, calpestando la sua dignità di essere umano e di donna, vorrei dirle che sottoscrivo ciascuna delle 5 parole che ha detto. "Mi farò giustizia da sola." A sapere quanto sei meritevole di un premio, magari si sarebbe risparmiata il calvario di cui sopra e che comunque l'accompagnerà per il resto dei suoi giorni, con l'aggiunta della disillusione della beffa. Vorrei sputarti in faccia, tanto per cominciare. A te e alla miriade di altri come te che ancora insozzano il pianeta: ai 5 di Guidonia, a quelli di Brescia, Napoli, Genova. La lista è lunga. Ma tranquillo, tu sei italiano e non romeno, paraculato nell'ingranaggio perfetto della giustizia imperfetta. Tanto anche i romeni pagheranno poco. Fino a quando la gente non sottoscriverà quelle 5 parole della ragazza che TU hai rovinato. Fino a quando lo stupro non cesserà di essere una cosa di donne e coinvolgerà nell'indignazione i maschi per primi. Maschi che aspirino all'appellativo di "uomini". Certo, un Ministro delle Pari Opportunità che in passato ha contribuito a foraggiare una cultura maschilista, può scoraggiare. Certo, può scoraggiare anche un Presidente del Consiglio che tira fuori dal cappello la panacea di centinaia e centinaia di tutori dell'ordine, salvo proclamare il giorno dopo con sorriso beota che no, gli stupri ci saranno sempre perchè per evitarli "SERVIREBBERO TANTI SOLDATI QUANTE SONO LE BELLE DONNE". Una frase che farebbe rabbrividire anche il ghiaccio. Ricca di ignoranza, superficilità, leggerezza, pseudo-umorismo da cabarettista di ultim'ordine. Molto più simile a un peto che a una battuta. Completamente priva di umanità, compassione, intelligenza. Partorita dallo schifo, schifo essa stessa. Se proprio dobbiamo ridere va bene, rideremo: una risata ci sepellirà ma non rideremo alle esternazioni superflue di uno pseudo-politico, bensì pronunciando quelle 5 parole di Gaia. giovedì, 30 ottobre 2008 FUORI
DAL PARLAMENTO!!!!! Ma come può uno che è stato anche Presidente della Repubblica rilasciare dichiarazioni così gravi? Roba da dittatori! E nessuno che dice nulla! Qualsiasi parlamentare avrebbe dovuto prendere immediatamente le distanze da queste dichiarazioni e censurarle pubblicamente. Sono parole talmente aliene che non posso nemmeno crederci. E' rivoltante che gente pagata per essere al nostro servizio abbia un'arroganza criminale di tale portata. domenica, 26 ottobre 2008 "Facciamo l'ipotesi, così astrattamente, che ci sia un partito al potere, un partito dominante, il quale però formalmente vuole rispettare la Costituzione, non la vuole violare in sostanza. Non vuole fare la marcia su Roma e trasformare l'aula in un alloggiamento per manipoli; ma vuole istituire, senza parere, una larvata dittatura. Allora, che cosa fare per impadronirsi delle scuole e per trasformare le scuole di stato in scuole di partito? Si accorge che le scuole di stato hanno il difetto di essere imparziali. C'è una certa resistenza; in quelle scuole c'è sempre, perfino sotto il fascismo c'è stata. Allora, il partito dominante segue un'altra strada (è tutta un'ipotesi teorica, intendiamoci). Comincia a trascurare le scuole pubbliche, a screditarle, ad impoverirle. Lascia che si anemizzino e comincia a favorire le scuole private. Non tutte le scuole private. Le scuole del suo partito, di quel partito. Ed allora tutte le cure cominciano ad andare a queste scuole private. Cure di denaro e di privilegi. Si comincia perfino a consigliare i ragazzi ad andare a queste scuole, perché in fondo sono migliori si dice di quelle di stato. E magari si danno dei premi a quei cittadini che saranno disposti a mandare i loro figlioli invece che alle scuole pubbliche alle scuole private. A "quelle" scuole private. Così la scuola privata diventa una scuola privilegiata. Il partito dominante, non potendo apertamente trasformare le scuole di stato in scuole di partito, manda in malora le scuole di stato per dare la prevalenza alle sue scuole private. Attenzione, questa è la ricetta. Bisogna tenere d'occhio i cuochi di questa bassa cucina. L'operazione si fa in tre modi, ve l'ho già detto: rovinare le scuole di stato. Lasciare che vadano in malora. Impoverire i loro bilanci. Ignorare i loro bisogni. Attenuare la sorveglianza e il controllo sulle scuole private. Non controllarne la serietà. Lasciare che vi insegnino insegnanti che non hanno i titoli minimi per insegnare. Lasciare che gli esami siano burlette. Dare alle scuole private denaro pubblico. Questo è il punto. Dare alle scuole private denaro pubblico" Piero Calamandrei
da "Scuola Democratica", 20 marzo 1950
Piero Calamandrei ___________________________________________________________ Nella favola di Pierino e il lupo, noi saremmo dei perfetti Pierini. domenica, 17 agosto 2008 MusaSilenziosa, 13:15 | link | commenti lunedì, 28 luglio 2008 Dedicato a Yuri Papi, Matteo Miotto, Andrea C. (il "palo", che "non ha commesso il fatto").
MusaSilenziosa, 16:42 | link | commenti (2) lunedì, 19 maggio 2008 Appello pubblicoE me lo sono chiesto sempre anch'io. Per esempio, perché i calciatori, invece di pubblicizzare bevande, acque, telefonini, cappelli, camicie, yogurth, merendine, gioielli e Crescine varie, non mettono la loro costosa e preziosa faccia in una serie di begli spot contro la violenza sulle donne e pro-uomini degni di definiersi tali? Perché nei cortei anti-violenza vedo sempre una percentuale irrisoria di esemplari maschi? Perché la quasi totalità dei siti anti-violenza sono di donne che parlano ad altre donne? E' una cosa t r i s t i s s i m a che la dice lunga sulla cultura e la mentalità imperante. Fino a che del problema stupro se ne occuperanno solo le donne continueremo a vivere nel Medio Evo.
MusaSilenziosa, 15:30 | link | commenti domenica, 04 maggio 2008 Ripensavo a tre personaggi ch appaiono nella triologia "tre colori: Film Blu, Film Bianco, Film Rosso".
Sono 3 anziani che camminano curvi e cercano a fatica di inserire una bottiglia di vetro in una campana per il riciclo. Sono una donna, un uomo e poi ancora una donna: nei primi due film i vecchi sono abbandonati a se stessi, completamente soli nella loro difficoltà a camminare e alzare il braccio con la bottiglia; nell'ultimo -Film Rosso, quello sulla Fratellanza- la giovane protagonista (Irene Jacob) aiuta la vecchietta a compiere il suo atto civico. Non ho mai capito fino in fondo il significato di quei 3 vecchi, piuttosto decrepiti. O meglio ho un'idea, dato che possono corrispondere alla versione anziana dei protagonisti dei tre film, una donna, un uomo e una donna. Ma ancora mi sfugge qualcosa. Solo nel terzo film il personaggio giovane e il suo futuro interagiscono. E' un messaggio di speranza? La vecchiaia è sempre abbinata alla solitudine, il vecchio è sempre guardato o con fastidio o con indifferenza, come un mondo estraneo, che si arrangi per dio. La mancanza di autosufficenza di un vecchio non ha le guance paffute e rosee di un neonato, il vecchio non è "carino", per questo non attira la simpatia del mondo. Interagire con la vecchiaia è capacità di pochi... forse è questo uno dei messaggi dei tre personaggi dei film di Kiewslowski. A casa di una vecchia zia c'è un foglietto incorniciato appeso a una parete. So bene di cosa parla perché da piccola, quando si andava in visita, siccome ero l'unica bambina, ero esclusa dalla conversazione e il mio ruolo si limitava a quello di mangia-biscotti. Così non avevo altro da fare che guardarmi intorno e dopo aver ripassato tutti i mobili, i soprammobili, i quadri, i ricami della tovaglia, tutte le fotografie di una famiglia che non c'era più ecc. non mi restava altro che mettermi a leggere tutto quello che mi capitava sotto gli occhi e finivo sempre per leggere quel foglietto (sempre storto). Era, è, una sorta di appello della persona anziana ad aver pazienza nei suoi riguardi per una serie di ragioni, tra cui la sordità, la pressione alta ("contraddirmi può essere pericoloso"), l'intolleranza verso la confusione ecc. Quel testo mi ha sempre fatto un certo effetto, forse un po' di soggezione. Penso che se quelle stesse cose me le avessero dette, non le avrei ascoltate con la stessa attenzione con cui le ho lette. venerdì, 02 maggio 2008 "Il popolo di Ostia onora il Duce"
Dedicato al già storico sillogismo di quel presidente della Camera che ieri diceva che l'antifascismo non ha ragione d'esistere, non esistendo il Fascismo. ![]() MusaSilenziosa, 11:31 | link | commenti venerdì, 25 aprile 2008 BUON COMPLEANNO ITALIA :)
![]() sabato, 05 gennaio 2008 Ah, il caro vecchio telefono a rotella!, il B-Grigio o bigrigio, non ho mai capito come si scrive.
Ce lo abbiamo avuto tutti in casa, prima dell'avvento del tastierino numerico rettangolare... confesso che a suo tempo ho restituito il mio apparecchio alla Telecom con un certo dispiacere. Ebbene, giorni fa, in un cosiddetto centro commerciale, ho rivisto un serie di telefoni a rotella, alcuni dal design semplice, altri stile anni '30-'40, uno perfino era un modello con la cornetta da appoggiare all'orecchio e il fusto da accostare alla bocca. Magnifico, anche se non originale d'epoca. Ma è con orrore che mi sono accorta che la favolosa rotella, quel magnico arnese che facevo girare solo per sentire il rumorino era... finta. Si potevano infilare le dita nei buchi corrispondenti ai numeri, ma la rotella non girava: i numeri erano su tasti da pigiare. Un po' come le Galatine rotonde invece che quadrate coi bordi tondi, come erano nella mia infanzia. Mi sono sentita defraudata di qualcosa di "mio", perché miei sono quei ricordi e miei sono stati quei momenti vissuti. E farmeli rivivere con queste storpiature è peggio che averli persi. martedì, 27 novembre 2007 Sono stata capace di mettermi a piangere durante uno spettacolo per bambini, quando ho "ritrovato dei vecchi amici".
Ri-conoscere qualcosa dà sempre un'emozione molto forte, dev'essere il corto circuito del tempo... un passato che torna è come se non se ne fosse mai andato. giovedì, 04 ottobre 2007 Ogni giorno con l'autobus passo a un incrocio. Niente di particolare, ce ne sono migliaia al mondo, ma questo è diverso per via di un orsetto di pezza seduto che è stato legato in fondo a un palo, su uno spartitraffico.
Chissà da quanto è là, seduto col nasino all'insù e le zampe tese verso non si sa cosa, un abbraccio, forse. Se ne sta buono buono lì al sole, al vento, alla notte; ormai ha preso il colore dell'asfalto, credo sia molto sporco, ma non suggerisce affatto l'idea di sporcizia. C'è anche un mazzo di fiori (sempre freschi... finti?) fissato a metà del palo, ma a rendere differente questo luogo maledetto da un incidente mortale avvenuto chissà quando è quell'orsetto cicciotto dal muso simpatico. Stringe il cuore perché è come se aspettasse. Quieto, paziente... no, peggio, sembra fiducioso, sicuro che il suo bambino/a verrà a prenderlo e si stringerà di nuovo a lui. MusaSilenziosa, 21:48 | link | commenti martedì, 25 settembre 2007 Musica, maestro. ![]() MusaSilenziosa, 23:15 | link | commenti lunedì, 17 settembre 2007 Ci sono dei momenti in cui si parla con se stessi e l'unico argomento di conversazione è il no.
"Non ci siamo, non va, non va bene, non questo non quello". Diventa un ritornello costante senza aver la coscienza del suo nascere e crescere; e radicarsi. Alla fine pensi che non lo estirperai mai più... In realtà ci sei già passato, sai benissimo che passerà, che troverai il modo e la sicurezza di uscirne. Ma è un po' come avere la febbre, ci si crogiola in quel torpore appena doloroso, con la coscienza alterata; senza ragione. ![]() MusaSilenziosa, 22:56 | link | commenti venerdì, 31 agosto 2007 Tempo fa ho fatto un viaggio in macchina con una bambina deliziosa, che si chiedeva se esistesse una macchina più grande del cielo.
Oggi l'ho rivista ed è venuta a salutarmi senza dirmi ciao: ha parlato senza parole, sporgendosi verso di me con la sua faccia furbetta e attendendo il mio di ciao. Poi mi ha mostrato le sue scarpette argentate. Con lo strappo. La adoro. MusaSilenziosa, 23:55 | link | commenti mercoledì, 25 luglio 2007 Oggi sono stata a uno spettacolo per bambini; ridevano di gran gusto per cose che a me non hanno neanche increspato le labbra.
Mi sono sentita "grande", nel senso peggiore del termine, nel senso di "non-bambina". Ho sentito molto acuta la mancanza, la perdita di qualcosa di importante, quell'argento vivo che non ti fa stare seduto sulla sedia per la troppa eccitazione. Quando rivedrò un pupazzetto muoversi con le gambe penzoloni su una grande palla bianca e mi verrà improvvisamente da ridere senza doverci minimamente pensare, allora avrò recuparato qualcosa di prezioso. lunedì, 23 luglio 2007 E così il sindaco di Montalto di Castro ha ben pensato di dare soldi pubblici ai ragazzi accusati di aver stuprato in gruppo un'adolescente.
Il sindaco. Di centrosinistra!!!! Pare che un nipote sia una pecora del branco, spero che non sia vero altrimenti la cosa riuscirebbe essere -incredibile- ancora più disgustosa di quel che già è. Adesso s'è sollevato un polverone, c'è chi vuole far arrestare il simpatico sindaco, c'è chi ne chiede le dimissioni (e vorrei vedere), chi pretende che la delibera venga ritirata. Intanto dovrebbe essere stata votata una mozione di sfiducia nei suoi confronti, nonché dei degni compari che che l'hanno sottoscritta. Ma cosa passa per la testa vuota di certi uomini?? E quei ragazzini che si difendono (!!!!) dicendo che la ragazza li ha provocati e che indossava la minigonna e che era consenziente e altre puttanante del genere, che solo gente senza neuroni può ritenere valide scuse. Come se uno stupro possa avere scuse, roba da d e m e n t i. Dio, se mio figlio facesse una cosa del genere (e per di più osasse giustificarla e per di più con la peggiore e becera mentalità maschilista) per me sarebbe come morto. I Giuristi Democratici scrivono al sindaco di Montalto di Castro Montalto, un caso di rivittimizzazione istituzionale di Barbara Spinelli MusaSilenziosa, 22:50 | link | commenti (4) sabato, 14 luglio 2007 "Esiste una macchina più grande del cielo?"
Le domande di un bambino possono mettere in grande difficioltà, sono domande che non si pongono il problema dell'esistenza o meno di una risposta -essa deve esistere, così come esiste il suo contrario, la domanda-; escono dalle loro bocche direttamente dal pensiero, e rimangono lì, in aria, in attesa di una risposta. L'adulto è troppo pieno di filtri e paletti per anche solo ricordarsi com'era essere piccolo e avere questa libertà immensa di dire quello che si pensa. Immensa come il cielo, o più grande? domenica, 08 luglio 2007 Venerdì ho trovato un pacchetto di Camel sul sedile dell'autobus. Siccome era carino me lo sono tenuta, solo dopo mi sono accorta che dentro c'erano 2 sigarette.
Una l'ho fumata venerdì notte davanti alla finestra aperta, per non far puzza di fumo in camera. Ma io non so fumare e a parte gli accessi di tosse e il bruciore agli occhi, l'aria della notte spingeva il fumo in camera. Sembrava una scena comica questo cercare con le dita a mezz'aria il refolo di vento meno invadente. Alla fine ho risolto "bloccando" il fumo con la persiana mezza abbassata: peccato, perché l'unico aspetto gradevole di una sigaretta, per me, è osservare le volute del fumo. Morale: ho tossito, il tizzone era sempre troppo vicino agli occhi le rare volte che ci ho dato un tiro e la camicia da notte s'è impregnata di odore di fumo. E la bocca, ho dovuto lavarmi i denti daccapo. Mi sono messa a letto che tutto aveva odore di fumo. No, non fanno per me. domenica, 01 luglio 2007 Pinokkio 2Per chi fosse interessato, parte la versione 2.0 del progetto di social re-writing capitanato da Strelnik.
Cito le sue parole: "I contributi che arriveranno si accatasteranno su un blog appositamente creato su Intoscana.it, oltre che sul bloggaccio mio ... In questa seconda fase del Pinokkio mi piacerebbe mischiarci anche delle "robe multimediali" (video, audio, chissà che altro) materiale di cui - insieme ai testi scritti e al sempre indispensabile volume uno - si parlerà e si presenterà meglio a Firenze in ottobre al (Festival della creatività) il cui tema di quest'anno son - magguardaunpo' - le reti..!" MusaSilenziosa, 22:41 | link | commenti (2) sabato, 30 giugno 2007 C'è un nuovo link a sinistra, ACMID-Donna.
Ed è per esprimere la rabbia per l'ennesimo sopruso violento commesso ai danni di una donna. Ha ragione Dounia Ettaib a parlare di metodo mafioso, la violenza e la sopprafazione sono sempre mafiose. Di qualsiasi etnia/religione/cultura siano. MusaSilenziosa, 18:25 | link | commenti mercoledì, 27 giugno 2007 Tornando a casa dal lavoro oggi non ho fatto che scrivere, de-scrivere quello che vedevo dal finestrino dell'autobus. Sono stata la fortunata spettatrice di una visione unica, magnifica. Ma non si può raccontare del cielo e del sole in un giorno in cui è bastato farsi un giro sull'ANSA per farsi passare l'appetito.
MusaSilenziosa, 23:26 | link | commenti martedì, 26 giugno 2007 Questo post è solo un link.
Diciamo che riassume i miei pensieri sull'argomento, a volte scritti, a volte no, in gran parte andati persi con la grande cancellatura di qualche tempo fa. MusaSilenziosa, 23:22 | link | commenti domenica, 17 giugno 2007 o'streghetta e Aviatore, il sole, il vento e la pura felicitÃ![]() MusaSilenziosa, 21:37 | link | commenti (2) martedì, 08 maggio 2007 It's oh so quiet![]() Arnold Böcklin - L'isola dei morti MusaSilenziosa, 23:09 | link | commenti (2) sabato, 05 maggio 2007 Le ultime volte che ho messo piede in una chiesa è stato per dei funerali. Come mercoledì.
E' morto G., cugino di secondo grado. Chi l'avrebbe mai potuto immaginare; soprattutto dopo averlo incontrato appena un mese prima all'ufficio postale della città in cui lavoravo. Una sorpresa inaspettata e gradevole, in quella giornata. Se avessi saputo che era l'ultima volta che l'avrei visto gli avrei parlato di più, sarei stata più... più non so cosa, ma più. Quel giorno ero stanca e accaldata, i capelli raccolti in una disordinata coda di cavallo, gli occhiali che avrebbero avuto bisogno di una pulitina, i pantaloni da pendolare sugli autobus e quell'orribile borsa blu scassata che mi davano in ufficio per andare alla posta. Di solito sono più in ordine quando ci vediamo, è sempre per qualche occasione speciale. Un po' mi sono vergognata del mio aspetto arruffato, un po' è stato per il mio carattere: mi blocco anche di fronte alle persone che vorrei abbracciare, non so cosa dire, delle mille cose che mi preme di dire e che non si possono dire perché come fai a dirle? Sono troppo intime, richiedono di esternare un'affinità elettiva che di questi tempi non si ha il coraggio o la voglia o la forza di esternare. La bambina viene svegliata dalla mamma e capisce subito dalla sua voce che ci siamo, che "è successo". E' morto il nonno. La mamma glielo dice cercando di dosare l'impatto della notizia, c'è forse un istinto di protezione e il tentativo di essere delicata nel porgere questa notizia così grave. Forse passa anche in secondo piano il fatto che chi è morto è suo padre, quel che conta ora è non turbare la bambina. Ma la bambina trova comica questa paura di turbamento e -Dio mio!- le scappa la ridarella. Ma non sta bene ridere di fronte alla mamma e dopo un annuncio del genere! Allora la bambina escogita l'unico sistema che le è permesso in quel momento, sotto le lenzuola e con la mamma addosso: si gira veloce e nasconde la faccia nel cuscino. Nasconde la sua bocca che ride e soffoca il singhiozzo divertito che sarebbe quanto mai inopportuno. La mamma probabilmente fraintende: vede che la bambina non dice una parola e si tuffa nel suo cuscino. Sì, fraintende di sicuro. Per fortuna. La bambina si sente un po' sollevata per aver evitato una figuraccia, si sente un po' falsa e anche un po' niente. Ho visto G. seduto lungo la vetrata dell'ufficio postale. Ha una giacca blu, è elegante con i suoi capelli ormai grigibianchi e la sua figura. Troppo magro, troppo alto. Troppo magro per essere così alto o troppo alto per essere così magro. G. Per anni non ho nemmeno saputo che esistesse. Non se ne poteva parlare, perché si sarebbero dovuto raccontare cose che -ollallà- potevano turbare i bambini. G. che fin da ragazzo ha vissuto una vita diversa, appensantita da se stesso. Ospedali, cure. Io ricordo di averlo visto sorridere per il presente solo una volta. I suoi discorsi sempre più difficili da capire per via della bocca e dei denti che cominciavano a dare i numeri. I suoi discorsi... sempre racconti di un tempo passato in cui nomi e luoghi erano ricordati con una perfezione maniacale, a tratti intrisa quasi di sfida. Guarda come mi ricordo tutto, sembrava dire. Sempre e solo il passato, mai il presente, men che meno il futuro. G. ... Le sue mani così prive di forza, le vene in rilievo come palloncini sgonfi. Le dita lunghe, l'espressione come se vedesse le cose al rallentatore, le spalle squadrate sotto la camica. E' un campionario di spigoli, G., solo gli occhi sono tondi, e liquidi. Scuri. Presenti ma lontani, indietro. Altrove per scelta e qui come per caso. Anche quando mi avvicino e lo saluto. "G:!" Mi guarda sorpreso, non mi ha riconosciuta? Sono proprio da buttare oggi, in effetti. Mi affretto a completare le mie credenziali "Sono la figlia di..." Ecco, sì. Mi aveva già riconosciuta credo, forse se avessi avuto i capelli sciolti non avrebbe esitato. La bambina ora è a casa del nonno. C'è la mamma, l'infermiera. E nessun altro mi pare. Gli chiedo come sta, so che è appena uscito dall'ospedale. E mi colpisce. Mi colpisce quello che dice e come lo dice. Parla di dolore, fisico. Devo deglutire perché la sua presenza è pregna di fragilità, il suo aspetto contrasta troppo con le sue parole. E' "giù", molto "giù". La sua solita espressione stavolta nasconde un dolore palpabile, di corpo e di mente. La gioia di un incontro così inaspettato mi si strozza dentro, sento stridere qualcosa e mi sento a disagio perché ora devo parlare io e NON SONO IN GRADO DI DIRE LA COSA GIUSTA, come sempre. Non so trattare con le persone. Riesco solo a dirgli che col tempo le cose miglioreranno di certo, ma non è quello che volevo dirgli. Quello che volevo dirgli è un abbraccio, ma non so tradurlo in parole. Alla bambina viene detto che il nonno è "di là" e che non si può andare. Probabilmente la bambina comincia a bazzicare tra la cucina, il salotto e il terrazzo. E' estate e la bambina ha un carattere generalmente tranquillo. E comunque è morto il nonno, non è il caso di disturbare. G. è alla posta per la pensione, mi dice con la sua parlata strascicata. Dice anche che è poca, per fortuna non vive solo di quella. Faccio gli auguri di pasqua a G. e saluto anche la signora ucraina (?) che lo ha accompagnato. Gli dico di salutarmi tanto la (pro)zia O., sua madre. La zia O., donna dall'animo vigoroso e segnato da mazzate crudelissime. Quasi nove decadi distruibuite su un corpo minuto, la schiena e il collo dritti e alteri, segno tangibile della sua energica vigoria: ancora oggi lei incute istantaneo rispetto e timore anche tra i suoi acciacchi. Quando vengono a mangiare da noi è molto severa con G., lo riprende se si serve due volte o se parla con la bocca piena. E' risoluta. Di ferro. Anche se segnata da quante ne ha passate... 10 anni fa ha perso un figlio, dopo tre lustri di calvario. Ricordo a sprazzi quel funerale. Una madre non dovrebbe mai seppellire il proprio figlio. Il nonno viene spostato nella stanza del pianoforte. Alla bambina viene detto o fatto capire che è opportuno non andare a vedere. Ho salutato G. senza sapere che era l'ultima volta che toccavo la sua mano così debole. L'ultima volta che vedevo i suoi occhi liquidi e lontani. Avrei potuto parlargli di più. Dicendogli cosa non lo so, ma di più. Avrei potuto, dovuto!, essere meno paurosa di me e saper tenere viva una conversazione in mezzo a tanti estranei. Abbracciarlo. Perché l'ho incontrato per l'ultima volta? Ora per la bambina è assolutamente imperativo vedere il nonno. Sbircia dentro la stanza. E' una stanza con due porte, quindi è facile non farsi beccare, ma bisogna tenere a bada le altre persone nella casa. Arriva un momento propizio e la bambina entra. Il nonno è disteso su qualcosa, chissà cosa. Ricordo il bianco "lana". E il nonno ha una fasciatura stretta dalla testa al mento, più giri gli avvolgono il volto. Che cos'è? La mamma mi racconta di aver visto G. nella camera mortuaria dell'ospedale, "col viso disteso". Alla zia O. ancora non l'avevano fatto vedere. Due giorni prima avevamo saputo che G. aveva un tumore gravissimo e che alla zia O. non era ancora stato detto. Dopo due giorni G. è morto, all'improvviso, di notte. La zia O. l'ha saputo dopo. La bambina forse allunga un dito e tocca il nonno. Quando muore qualcuno si indulge sempre nel raccontare dettagliatamente le reazioni dei suoi parenti più stretti. Ogni parola, ogni gesto viene accuratamente osservato e successivamente descritto a chi non c'era e s'è perso lo spettacolo. C'è un sottile piacere perverso in tutto questo. Mi raccontano dunque che la zia O. col dito alzato ingiunge agli altri suoi due figli: "Guarda che voglio vederlo sai! Guarda che voglio vederlo il mio figlio!!" Lo dice in dialetto e io la vedo mentre lo fa e sento la sua disperata risoluzione. La sua determinazione. Dio santo, quella sarebbe capace di far riaprire la bara. Ma davvero G. è in una bara? Un mese fa gli ho stretto la mano alle poste. La bambina vuole sapere cos'è quella benda. Come chiederlo senza ammettere di essere andata a vedere il nonno? La bambina finge di averlo visto di sbieco dal salotto, cerca l'agognatissima risposta mostrando quasi noncuranza, domandando en passant ciò che le preme così tanto sapere. La mamma forse cerca di svicolare, non vuole turbare la bambina? (in quel momento la bambina non sa se quello della madre è un atteggiamento più comico o più da innervosirsi) La bambina DEVE sapere. Non importa chi le risponde, quel che conta è la risposta. Alla fine scopre che il nonno è morto con la bocca aperta. Mercoledì ci sono stati i funerali di G. La zia O. entra in chiesa sorretta da una nuora, sembra più piccola del solito. E' maledettamente magra, la sua mano si protende automaticamente a stringere altre mani. La sento mormorare piangendo lacrime asciutte "Era bello come il sole". Lo dice tremante, piano. Come se di fronte a questo dato di fatto qualcuno dovesse logicamente restituirle il figlio. E' una MADRE. Parla in dialetto e la sua mano è vuota, inesistente, lei stessa sembra doversi rompere da un momento all'altro. Non ha più forza. Quella volta G. era andato a prendere "le medicine" per sé e per lei dalla giacca, mentre eravamo ancora a tavola. Un sacchettino bianco con dei ricami. Glielo ha porto con il gesto più istintivo del mondo, una manovra che nessuno aveva colto se non nel suo automatismo. La zia O. aveva invece sgridato di scatto G., per essere passato -con la mano- davanti al viso di mio padre seduto. Una frase in dialetto, brusca, squillante, perentoria. Sior Todero Brontolon in gonnella. Si era alzato un coro di proteste, ma dai, ma zia, eh ma che esagerazione! Fa sorridere la fermezza di quella donna, è assolutamente incredibile. Anche G. sorride. Una scena da Amarcord. Io la ricordo. E' stato questo capodanno, ultimamente lo passo fuori casa, ma stavolta no: è la penultima volta che vedo G., ma non lo so ancora. Sta bene, se "star bene" è una locuzione che si può applicare alla sua vita. G. che sorride divertito del caratterino di sua madre è un'immagine che scalda. E' meglio non avere anche il ricordo di lui disteso in una bara aperta. "Era bello come il sole" piange una voce tremante. Occhi che non credono più. La zia O. sta in piedi per miracolo, se la tocchi si spezza. Le bacio le guance come bacerei un castello di carte. Al funerale del nonno c'è una corona con delle rose gialle: "I tuoi nipoti". Ma io non ne sapevo niente. Dovrò portarla io fuori di chiesa perché sono la nipote più grande. L'altro giorno è arrivato anche lo zio da Milano, con il suo bambino, ha 5 anni. Nel salotto invaso dai parenti che parlano tra loro, gli si inginocchia davanti prendendogli le braccine tra le mani, e io rivedo la scena della madre e della bambina: "Il nonno è andato con gli angioletti" dice lo zio, cercando con cura le parole e scegliendo il tono di voce più adatto nonché l'espressione del viso. "E' morto" s'intromette pratico mio fratello lì vicino, che di anni ne ha 6. Lo zio lo fulmina con lo sguardo. Ma non credo che il cuginetto sia stato turbato. Al funerale scopro che G. scriveva poesie. Non stacco gli occhi di dosso dalla zia O. La bara di legno chiaro è coperta di fiori, bianchi. Rose e calle. Davvero c'è G., là dentro? Gli ho detto "Buona Pasqua", un mese fa. Il funerale è finito devo uscire con quei fiori. Avrò gli occhi di tutti addosso e lo odio. Come odio aver saputo all'ultimo che devo portare i fiori. Sono vestita tra il bianco e il beige, le mie scarpe con la suola di cuoio fanno un rumore infernale sul pavimento di marmo a quadri bianchi e rosa della chiesa. Non vedo l'ora di esser fuori, fisso il rettangolo accecante del portone aperto e cerco di accelerare. No, non posso correre. Che faccia ho, che faccia devo avere? Mi esce un'espressione insulsa, immagino, mentre cammino con le spalle storte, lo sento. E i mei tacchi risuonanno fino al soffitto alto della chiesa, maledetti. Uscire, uscire. Non essere guardata, per non guardare e dover mostrare la faccia. Non so se la zia O. mi ha riconosciuta. Mi dice sempre che sono il ritratto della mia buona nonna, ma oggi non so se mi vede, con quegli occhi vacui. Vorrei abbracciarla e sussurrarle all'orecchio che quell'abbraccio viene anche dalla nonna A. G. aveva raccontato che quando era morto suo padre, la mia nonna era stata la prima ad andare subito a portare loro conforto. La nonna e la zia O. erano praticamente coetaneee e, seppur con caratteri diversi, si volevano molto bene ed erano molto legate. "E' stata l'unica a venire subito", G. lo sottolinea con profonda riconoscenza e stima. La zia O. rincara e si lancia in lodi della nonna A. Me la vedo, che molla tutto e si precipita nella loro città appena avuta notiza del lutto. E' da lei. Avrei voluto conoscerla, mia nonna. La bara del nonno viene trasportata da sei alpini. Nessuno mi aveva detto che ci sarebbero stati gli alpini. Sotto il portichetto della chiesa la bambina vede alcune colleghe della mamma che la guardano e parlottano. La bambina odia essere guardata, non sa prendere un contegno. G. verrà seppellito nella tomba di famiglia nella città di... Saliamo in macchina e partiamo. Attraversiamo la strada per la "seconda parte del funerale", quella davanti alla tomba. La bambina vede e sente, ma non ricorda molto se non che c'era il sole e che il bidello della scuola sposta dei pali sulla tomba. Non aveva mai visto la tomba aperta, sapeva che dopo la sua costruzione ci avevano portato la bara della nonna, finora seppellita in quella della sua famiglia di origine nella città di..., senza che il suo nome fosse segnato. La bambina guarda nella tomba aperta e vede che ci sono dodici "posti", tre per lato, tre ripiani come lo scaffale di uno sgabuzzino senza finestre. Un ripiano è stato cementato e sul cemento ancora fresco qualcuno ha scritto il nome della nonna, A. La scritta non è affatto perfetta. Al cimitero arriviamo prima del carro funebre. Parliamo con gli altri parenti che sono già lì e pensiamo tutti la stessa cosa, la pensiamo da due giorni, dal momento esatto in cui abbiamo saputo che G. è morto. Stavolta la zia O. muore anche lei. Gli ultimi saluti prima di andare a casa. La bambina scopre che si adrà tutti a mangiare al ristorante. AL RISTORANTE?! Ma che è? E' un funerale! E' morto il nonno! Il nonno non ci sarà più! Che cosa c'è da "festeggiare"? La bambina non capisce. E poi è stata poche volte al ristorante. L'ultima forse due anni prima, per gli 80 anni del nonno, in un ristorante con qualcosa di verde e un gatto sull'insegna. Il nonno ordinò pasta in brodo, di carne. Il brodo di carne era un'istituzione per il nonno. La bambina pensò che visto che si era al ristorante il nonno forse poteva prendere "di meglio". Ora la bambina sa che il brodo di carne è una meraviglia e che il nonno ha sempre saputo quel che faceva. Sulla sua torta c'erano due candeline bianche e rosa a forma di 8 e 0. Ci volle un po' per farle accendere. Dentro la macchina scura la zia O. sembra una statua di cera. Il carro funebre entra nel piccolo cimitero e la gente lo segue facendo scricchiolare la ghiaia bianca sotto le scarpe. Tira vento. Anche la zia O. viene portata in macchina fino alla cappella. Non c'è altro modo per lei. Io arrivo alla cappella che già il prete ha iniziato a parlare. Vedo la zia L. piangere con gli occhi e il naso tutti rossi, mi sorprende perché fino a quel momento non aveva esternato così violentemente. E' una donna positiva, ma novant'anni e un'intera famiglia dentro quella cappella non devono essere semplici da sopportare. Per l'ennesima volta leggo i nomi sulla grande lastra di marmo appesa alla parete. La zia L. non ha bisogno di leggere i nomi: lì ci sono i suoi genitori, i suoi fratelli, le sue sorelle e ben tre nipoti. Due sono figli della zia O. Nessuna madre dovrebbe seppellire due figli. La bambina è un po' sorpresa per la faccenda del ristorante. Vede gente che mangia e ride. Qualcuno parla forte. Ora che è a quel tavolo servita da un cameriere realizza che il suo disagio è frutto del fatto che non s'era posta il problema, che aveva "logicamente" immaginato un mesto e silenzioso ritorno a casa, seguito da un'altrettanto silenziosa serata. Non è molto pratica di morti e di persone care che non tornano (per non parlare del dove sono andate); non capisce come un funerale e un ristorante possano convivere nella stessa giornata, con le stesse persone. Al momento di calare la bara nel pavimento della cappella, la zia O. viene portata via. Almeno, questa è la sensazione che ho io. La sorreggono in due, sembra annegare nella giacca del suo vestito, è pallidissima. Singhiozza, è un pianto di voce, senza lacrime credo. Deve averle finite TUTTE, la sua vita gliene ne ha prese tante. Ripenso a quando ha detto "Xera beo come il soe". Non si può reggere lo strazio di una madre. Io e mio fratello ci guardiamo dopo averla vista passare, un fantasma svuotato. Mi confida incredulo che la zia O. sembra invecchiare a vista d'occhio. E' vero. E' più vecchia di quando siamo entrati al cimitero, ha mille e mille anni di più. MusaSilenziosa, 00:26 | link | commenti domenica, 22 aprile 2007 LE DONNE
NON SI TOCCANO ![]() Egon Schiele - Sitzendes maedchen mit gelbem tuch MusaSilenziosa, 16:10 | link | commenti giovedì, 12 aprile 2007 Prima di addormentarmi è come se mi venissero a trovare tutti i fantasmi del mondo. E' terribile ogni notte agognare il sonno e sentirsi schiacciati dalle paure.
Sfinirsi di sonno e rimandare l'incontro col letto pur di non dover sopportare a lungo quella tortura. lunedì, 09 aprile 2007 THE MIRROR AND THE LIE
Dance for me, ballerina of my dreams I feel so lost, but I don't know why Hold me close, I'm afraid I will disappear Into the mirror and the lie And I will promise to go on as long as you want me to And I will dream along and help to make it real for you too Make me shine, you can change me in your eye I have been there before Hide my bags and help me believe again I can't take this anymore And I will promise to go on as long as you want me to And I will dream along and help to make it real for you too Give me words to catch your heart Golden chords to set my song apart The key that keeps that door ajar Is hidden right beneath my lucky star Just a shiver and a sigh Left to the dice The mirror and the lies ![]() Danaid - Auguste Rodin MusaSilenziosa, 18:17 | link | commenti __________________________________Oggi la sorpresa non era nell'uovo, ma sotto l'uovo, nel supporto di plastica. Che strano, mai viste messe lì. Erano uova vendute dalla parrocchia. Mio fratello ha trovato una specie di trottola, con un supporto e una striscia di plastica verde, dentellata, per dare la carica. La versione moderna della trottola di legno e con lo spago. Mancavano le istruzioni, ma era già montata. A guardarla bene ci siamo resi conto che probabilmente era un sorpresa riciclata, perché c'erano già gli adesivi attaccati; la cosa mi ha fatta sorridere. Stasera ho provato a giocarci un po' e non riuscivo a farla andare... la trottola partiva, ma rovescia e quindi non girava sul perno. Al secondo tentativo il papà s'è alzato dalla sedia e mi ha chiesto se poteva provarci lui. Non so se è stato qualcosa nella voce o nello sguardo, ma dentro di me ho pensato che s'erano risvegliati un bambino e ricordi passati. Si è accucciato sul pavimento accanto a me e ha iniziato a trafficare anche lui con la striscia di plastica verde. Dopo un paio di tentativi abbiamo capito che dovevamo farla partire già con la punta in giù, visto che il supporto la teneva ben bloccata. E allora i ricordi sono diventati parole: "Quando era bambino era più semplice. C'era un pezzo di legno a forma di pera e uno spago" Non avevo sbagliato a pensare, quel giocattolino l'aveva riportato indietro. Mi fa sempre uno strano effetto il ritorno al passato, c'è sempre una dolcezza infinita e un altrettanto profondo senso di "mai più" che si mescolano assieme. Come cioccolato fuso in una ciotola piena di un impasto chiaro. Linee scure si insinuano e poi spariscono, annullando se stesse e l'impasto in un colore nuovo. I ricordi di un'infanzia felice sono così: arrivano, ti fanno sorridere per la loro dolcezza e intanto manifestano quel loro essere passati, irriversibilmente passati. I giocattoli hanno un che di crudele. Un vecchio prozio dagli occhi miti e con la brillantina sui radi capelli, ci regalò un giorno un strano gioco, una scatoletta di legno, bassa e piatta. Si apriva in due lungo il lato corto, creando una "pista" con 4 corsie e 4 buchi lungo un'estremità, colorati. C'erano 4 dischetti colorati da lanciare con le dita lungo le corsie, cercando di raggiungere le rispettive buche. Un gioco di una semplicità disarmante, artigianale, tutto di legno e con i colori opachi. C'era la vecchiaia in quel gioco. Ma anche un'infanzia che apparteneva a un altro tempo. Non lo so, mi è venuto da piangere quando il prozio ce lo ha regalato come... non so come. Ho avuto la netta sensazione che al mattino si fosse chiesto cosa potesse darci, perchè doveva darci qualcosa, e ha allora ha pensato e cercato fino a che non ha tirato fuori quella scatoletta seppellita chissà dove. Ricordo bene che ci disse "E' un giocattolino". Stavamo nel corridoio stretto di un vecchio appartamento, di una vecchia casa, col soffitto alto e una lampadina dal voltaggio troppo basso per emanare qualcosa che potesse definirsi "luce". Era tutto oppressivo, triste, come solo una cosa vecchia e sola può esserlo. L'abbiamo ringraziato, ma ero davvero interdetta. E' stato un attimo, ho desiderato essere da sola per poter dar sfogo alle lacrime, era... era una cosa troppo semplice per significati così grandi, così tristi, così crudeli. La vecchiaia è crudele, lo sento. Quando ci ha spiegato come funzionava c'è stato quel lampo (anche qui: nella voce, nello sguardo o in tutt'e due?) che mi ha parlato di un bambino che non c'era più, che era lontanissimo e soprattutto irraggiungibile. Cambiato per sempre, a tal punto da sparire per sempre. Mentre quel gioco era ancora là, vecchio anch'esso ma ancora u-g-u-a-l-e a ricordare un tempo stato e perduto. C'era qualcosa di ridicolo o stonato nell'accoppiata tra quelle mani grinzose e un gioco così... "stupido". Stupido quel bambino che aveva passato intere ore a cercare di centrare con lo stupido dischetto la stupida buchetta giusta. Che cosa mi affascinava e mi irritava contemporaneamente? Era il realizzare che un tempo era bastata una cosa semplice per divertirsi, che una cosa così banale, che quella scatoletta di legno era un fottuto tesoro. Che quella luce buia nel corridoio stretto un tempo era stata una giornata di sole -perché nei ricordi d'infanzia c'è sempre il sole- e il bambino che aveva giocato con quella scatoletta era un bambino che sgambettava al sole. E non era stupido, né ridicolo, né irritante. Non l'avevo mai pensato, se non per difendermi. Ero spaventata e invidiosa, incredula e terrorizzata. "E' un giocattolino". E vederlo e capirlo è stato l'esplosione improvvisa di una diga. Cristo, non posso che piangere, ogni maledetta volta che ci ripenso. Perché penso tutto questo. ![]() Gustave Klimt: Le tre età della donna MusaSilenziosa, 01:06 | link | commenti (3) |